Malpensa – L’attesa infinita dei tassisti che si contendono i clienti

29-05-2020 La Repubblica – Si vola ancora poco a Malpensa e, a terra, ci sono un centinaio di tassisti tutti i giorni per al massimo una ventina di corse. Ognuno al Terminal 2 fa un turno di dieci ore, il posteggio è pieno 24 ore su 24. Alle 13,30 ci sono sessanta macchine. E di notte, alle 22, una ventina. L’attesa nel piazzale è lunghissima. Molti reclinano i sedili e dormono in macchina, alcuni hanno anche viveri e scatolette, sembrano viaggiatori su una piazzola di sosta. Stanno qui per provare a prendere un cliente. Alle loro spalle, l’hub internazionale, il Terminal 1, è deserto.

Ruggero (non vuole far sapere il suo cognome, ndr) racconta: «Ci mettiamo in fila e mano a mano si va avanti, si riesce a prendere un cliente una volta ogni quattro-cinque giorni. Spendo per la benzina per venire in aeroporto, sto in fila, e poi quattro giorni su cinque non carico perché nel mio turno non arriva nessun cliente». Ci sono gruppi che si sono autoregolati per fare in modo che nel fine settimana ogni tassista abbia fatto almeno una corsa. «È stata una cosa democratica, altrimenti è la guerra tra poveri. La fanno quelli che partono da casa alle tre e mezza della notte per trovarsi a essere i primi in corsia per il primo cliente che arriva: a volte, il primo cliente è alle quattro del pomeriggio, dodici ore dopo».

In colonna, fermi, distanziati (tanti hanno anche un foglio di plexiglass a fare da divisorio tra conducente e sedile posteriore) i tassisti di Malpensa scendono per sgranchirsi. Il virus si è mangiato voli e viaggiatori e loro vivono un po’ l’aeroporto come Viktor Navorski (Tom Hanks) nel film “The Terminal”: vanno al bagno per una sciacquata, mangiano alla mensa dei dipendenti dell’aeroporto che è aperta a tutti. Sul piazzale si fa anche musica. C’è un tassista con la chitarra sempre in macchina che insegna a fare gli accordi a un collega che glielo chiedeva da tempo. Un altro legge Tex Willer appoggiato sul volante. Raccontano di quando sono arrivati gli abusivi: «Come pirati, durante il lockdown — ricorda Daniele C. — venuti da Torino e da Novara per prendere propri clienti che glielo avevano chiesto. Su prenotazione. È accaduto quando Farnesina, Sea e Regione avevano scritto sui loro siti che le corse non erano garantite». Spiegano che per la macchina «tra tasse e assicurazione dobbiamo spendere, al mese, 800 euro in media». Adesso hanno avuto i 600 euro dell’Inps, e si sono un po’ divisi tra chi vorrebbe un contributo a fondo perso e chi preferirebbe non dover dare soldi allo Stato. Una decina di associazioni di categoria ha indetto lo sciopero dei taxi per il 3 giugno.

Ma ci sono novità: il sindacato del Consorzio Taxi Malpensa fa sapere che «la Regione è impossibilitata a darci dei soldi a fondo perso, perché sono stati tutti dirottati alle necessità del Covid-19: quindi a ospedali, sanità, Comuni». Massimo Campagnolo, il presidente del sindacato, e anche presidente nazionale di Federtaxi-Cisal, spiega: «Non ci possono aiutare, però hanno detto che potrebbero studiare il nostro settore e proporci alternative. La Regione si è impegnata a convocarci prima del 3 giugno, stiamo aspettando le proposte». I tassisti dicono di aver visto scendere i loro guadagni da 3.500 euro lordi (2.000 euro netti) al mese di prima del Covid agli «800 euro a marzo, 600 ad aprile, e ancora di meno a maggio perché siamo in più macchine rispetto al lockdown», dice Massimo R. Chiedono che venga eliminata qualche spesa: «tipo l’assicurazione, o il bollo, magari il blocco per 12 mesi della rata del mutuo per la macchina, o per la rata della licenza, anche perché 900 euro dell’Inps da pagare ogni 3 mesi non sappiamo se li troviamo».

Ricordano due colleghi morti a Milano «perché trasportavano a casa dagli ospedali pazienti Covid asintomatici, solo che per loro è stato letale»: come l’ex pugile Mauro Resmini, 57 anni, Giuseppe Allegri, morto a 63 anni, «quello che portava a casa i pazienti dal San Paolo». Dalla fila si fa avanti un 4040 e racconta: «In tre mesi ho fatto undici corse. Ricordo una coppia di cubani che lavorano a Milano, erano appena rientrati da L’Avana, mi dissero che prima di poter partire avevano dovuto stare 14 giorni chiusi in albergo in quarantena preventiva. E gli dispiaceva di dover fare altre due settimane di quarantena qua, prima di poter riprendere a fare qualsiasi cosa ».

Simone Bianchin – La Repubblica

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